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Interpol in concerto a Milano
Di Alberto Antonello (in Eventi, linkato 7428 volte)

InterpolSe tre indizi fanno una prova, al terzo album di un certa caratura, gli Interpol possono ben considerarsi come un emblema del nostro tempo, dove il vibrante e inimitabile pathos del post punk di inizio anni ’80 è ormai una cifra stilistica ben delineata.
Proprio nell’anno in cui è uscito “Control”, il film tributo sulla vita di Ian Curtis e i primi passi dei Joy Division, gli Interpol ribadiscono il loro ruolo di leader di tutto quel movimento (new) new wave che abbiamo visto proliferare in questi ultimi anni all’interno della scena indie, su entrambe le sponde dell’oceano.

Dopo un album d’esordio che aveva fatto gridare al miracolo e a un altro a distanza di tre anni, che aveva confermato lo stile impeccabile della band, il terzo episodio del gruppo newyorkese è una naturale prosecuzione della loro carriera, dove vengono mantenute alcune predisposizioni oscure in viaggi onirici tra l’art rock e maestose architetture sonore, pagando il giusto tributo alle inevitabili fonti d’ispirazione ma allo stesso modo parlando una lingua declinata sulla velocità del nostro tempo, sulle sfumature dei sentimenti odierni e, perché no, anche sull’amore.

Ma veniamo all’happening, tanto atteso che i biglietti già da giorni erano stati annunciati come introvabili, anche perché all’Alcatraz di Milano (con una capienza di circa 2000 posti) ad aprire il concerto non c’era il consueto gruppo emergente ma addirittura i Blonde Redhead, i quali già da soli potevano valere il prezzo del biglietto. Il live è stato breve ed è cominciato forse troppo presto ma comunque sufficiente per sfoderare i migliori momenti di “23”, l’ultimo album partorito dal magico terzetto composto dall’avvenente Kazu Makino e dai gemelli Pace.

Con estrema puntualità arriva poi il momento tanto atteso, l’entrata sul palco degli Interpol. La loro eleganza e la posa perfetta e distaccata sono ormai caratteristiche conosciute ma è pur vero che la carica che riescono a trasmettere è una cosa rara di questi tempi.
L’esordio con “Pioneer To The Falls” è accompagnato dai passi di danza del chitarrista Daniel Kessler, un incedere ipnotico che ci proietta subito nella magica dimensione tanto cara agli Interpol, prendendoci poi docilmente per mano con la magnifica coda finale. E’ passato solo un brano ma ci troviamo già a tirare il fiato per l’emozione.

Interpol

Con una scaletta indovinata, dove i pezzi sono quasi equamente distribuiti fra i tre album, il concerto non scende mai di tono e basta appena l’attacco di “Obstacle 1” a mettere d’accordo tutta la platea dell’Alcatraz, così come accade con “C’mere”, uno dei più mirabli episodi tratti dal secondo lavoro “Antics”.

Il primo momento di furore incontenibile scoppia appena viene riconosciuta l’irresistibile cavalcata di “Say Hello to The Angels”, una delle parentesi più rock’n’roll della band. Mentre Kessler impazza alla chitarra e Sam Fogarino si scatena alla batteria, Carlos D se ne sta defilato, quasi assorto nella propria dimensione, suonando elegantemente le sue quattro corde e fumando senza sosta; unica novità è l’aggiunta di un nuovo elemento alle tastiere, per arricchire soprattutto il suono dei brani più recenti.

Capitolo a parte per Paul Banks, il carismatico frontman, la cui voce mette i brividi per profondità di timbro e per quel mix difficile da descrivere, in cui convivono oscura bellezza, inquieti tremori ma allo stesso modo placide parole.

Il giro di basso con cui comincia “Evil” è un altro momento topico, tanto che ci pensa il pubblico a cantare tutta la prima strofa, poi ripresa subito da Paul e di lì a poco un’altra hit come “Slow Hands” esplode fragorosa, con la platea che si trova nel divertente compito di coordinare il canto con un ballo sfrenato.

Dal nuovo album “Our Love To Admire” escono quasi perfette “No I In Threesome”, “Rest My Chemistry” ma soprattutto il singolo “The Heinrich Maneuver” che può contare sul consueto incipit ruffiano e irresistibile.

Interpol

Uno dei momenti più attesi resta però l’esecuzione di “The Lighthouse”, una composizione gotica e maestosa, una forma inedita per gli Interpol ma allo stesso modo espressione perfetta del loro mood ormai ben delineato. La solennità del brano ricorda vagamente qualcosa degli Arcade Fire ma il paragone non basta per descrivere appieno il momento. Applausi meritatissimi.

Anche il finale però merita una doverosa menzione, visto e considerato che vengono messe in sequenza una riuscitissima “Stella Was A Diver And She Was Always Down” e a seguire il capolavoro di “PDA”, dove per mezzo minuto, come da solito e divertente copione, la band si ferma immobile sul palco per poi lasciarsi andare agli ultimi minuti di un concerto da ricordare.

 
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