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Benicassim 2007 - Young Folks
Di Alberto Antonello (in Focus On, linkato 3064 volte)
Atmosfere ovattate e sonorità rassicuranti, un vena folk che si dilata verso le più disparate direzioni, tutte piene di lirismo e sentimento, la “Meglio Gioventù” del Fiberfib Festival ha ancora bisogno delle emozioni più sincere. Peter Bjorn & John, Calexico, Bright Eyes, Rufus Wainwright, Antony & The Johnsons, Magic Numbers, Jamie T e Patrick Wolf sono solo alcuni tra i vari artisti che ci hanno fatto cantare e emozionare.
YOUNG FOLKS
Articolo di Alberto Antonello, Foto di Cinzia Spironello
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00. Benicassim Dream | 01. My Idea of Fun | 02. Love Will Tear Us ApartSiamo a ridosso dell’ora magica serale, dove la giornata sembra scendere docile e pian piano arriva la sera, dove il caldo si stempera e la festa sembra timidamente cominciare.
Sotto il tendone del Fib Club l’ennesimo pienone con Peter Bjorn & John, anche loro figli della santa terra di Svezia.
Tanti applausi per l’esibizione del trio scandinavo anche se tutti son lì ad aspettare il momento solenne. Dopo quasi mezzora di live ecco spuntare da dietro le quinte una figura femminile, l’affascinante Tracyanne Campbell, cantante dei Camera Obscura. Il pubblico capisce subito che sta arrivando il momento di “Young Folks”, uno dei tormentoni dell’anno. Parte la batteria e subito dopo l’inconfondibile fischiettio di questa canzone, piccola perla di bellezza pop.
La platea ha lo sguardo teso verso il palco, mentre ancor più intenso si fa il duetto tra Peter e Tracyanne, in un dialogo quasi sussurrato… “we could stick around and see this night through”… appena parte il ritornello non ce n’è davvero per nessuno. Salti, cori, abbracci e il simpatico siparietto di una tromba da stadio che continua a suonare in maniera sparsa durante tutta la canzone, facendo sorridere Peter a più riprese. Citando ancora una volta, anche se in maniera storpiata, il nostro caro Iggy Pop, potrei dire che questa è “my idea of folk”.
Proprio il concetto di folk, qui amplificato, dilatato, sfilacciato eppure sempre così vibrante, anche se in versione low-fi, è un’altra delle chiavi di lettura di questo nostro spaccato storico, in cui è presente tanto pop folk emozionale o “musica per star bene”, come l’ha ribattezzato con disincanto la nostra fotografa ufficiale.
Ecco l’essenza di questa odierna (e tormentata) “Meglio Gioventù”, che ha bisogno ancora di emozioni autentiche, di piccoli sussulti e di qualche carezza.
La parte più emotiva del Festival, quella viscerale e fragorosa ma nel contempo introspettiva, è stata inaugurata da Conor Oberst, in arte Bright Eyes, accompagnato dalla sua band con tanto di archi e tutti rigorosamente vestiti di bianco. Atipica folkstar, vibrante, passionale e talvolta nevrotico, Bright Eyes sfodera in un’ora scarsa di concerto alcuni dei tanti lampi di genio che hanno contraddistinto la sua carriera, alternando magistralmente gli ottimi spunti del suo ultimo lavoro “Cassadaga” con il repertorio passato.
Dei Nouvelle Vague abbiamo già largamente argomentato, lasciamo lo spazio meritato a un altro nome che mette i brividi: Antony & The Johnsons. Quella di Antony Hegarty è una delle voci più spettacolari che ci siano in circolazione, un personaggio sui generis, che quasi non riesce a salire sul palco per l’emozione e il timore della folla. Intimidito si contorce mentre canta, chiude gli occhi e agita le mani. “For Today I Am A Boy” e “Hope There’s Someone” sono stati momenti quasi solenni.
Rufus Wainwright invece ostenta ben più sicurezza, se l’anno scorso si era esibito in versione solitaria e intimista, oggi si ritrova ben più vivace e accompagnato da un folto gruppo di musicisti per presentare il suo ultimo album. “Going To A Town” esce alla perfezione, peccato solo per lo stile un tantino spocchioso di Rufus, che abbandona l’aurea di songwriter tormentato per presentarsi molto più teatrale e pacchiano, anche se gli episodi di “The Art Teacher” e l’immancabile “Hallelujah” nei bis mantengono una fortissima tensione emotiva.
Un’esplosione sonora è stata invece il patchanka dei Calexico, sicuramente una delle esibizioni di maggior spessore di questa edizione del Fib, di ritorno qui dopo l’indimenticato live del 2003. Quattro anni dopo stesso palco, stesso orario, stessa magia. Già il nome aiuta a evocare la musica di confine della band californiana, sempre in bilico su un sottile filo, in equilibrio sopra mondi variegati che richiamano le atmosfere desertiche messicane ma allo stesso il country americano e addirittura alcuni rimandi del folk balcanico, una sorta di gypsy western in cui si cita non a caso anche Manu Chao.
Difficile tracciare un territorio dentro il quale si muovono i Calexico, una delle poche band davvero senza confini artistici, basta prendere come esempio il capolavoro strumentale di “Minas de Cobre”, dove la sezione di fiati è incredibile o il delicato tessuto sonoro intrecciato da “Quattro”, “Roka” e “Guero Canelo”. I migliori momenti sono però quelli più estemporanei, dove il cantante Joey Burns incita la band urlando distante dal microfono ma facendosi sentire con tutta la sua veemenza. Anche questo è folk!
Parlando di equilibri instabili e di camminate sopra un filo sospeso arriviamo diretti e senza indugi verso i Clap Your Hands Say Yeah, con un live visto solo per vento minuti a causa dell’infernale accavallarsi dei concerti sui vari palchi.
Sono bastate poche canzoni per rafforzare le mie convinzioni mentre un pubblico quanto mai partecipe accompagnava la voce sbilenca di Alec Ounsworth, un personaggio a metà strada tra Nick Cave e Ben Stiller. La cavalcata di “Is this love?” potrebbe valere già da sola il prezzo del biglietto (ah dimenticavo, io non l’ho nemmeno pagato). Dispiace aver perso la scena finale descritta in toni epici con la platea che in coro intona l’infinita coda musicale di “Upon This Tidal Wave of Young Blood”.
Ben affollato (che novità!) anche l’Escenario Verde per l’esibizione dei Magic Numbers che dimostrano tutta la loro lucentezza con una disarmante semplicità pop e un invidiabile capacità melodica. “Hymn for her” con il suo incedere lento è solo l’apertura di uno show che prenderà velocità ma senza mai accelerare bruscamente e troverà la punta massima di pathos nell’accoppiata “Love Me Like You” e “I See You, You See Me”.
E che dire della reginette del Festival? Sembra che nell’ultimo anno dal Regno Unito siano usciti solo strani personaggi al femminile, basti pensare al terzetto delle Pipettes, con un amore sconfinato per i vestitini a pois in una rivisitazione perfetta degli anni ’60 in stile Happy Days. Gwenno, Becki e Rosay si scambiano la posizione davanti ai microfoni ad ogni canzone, accompagnando gli strumentisti con balletti dalle coreografie perfette. Divertenti senza ombra di dubbio, anche se qui fatico a trovare qualcosa di davvero originale.
La loro collega Amy Winehouse sfiora invece l’eccesso di originalità. Definita come la versione femminile di Pete Doherty, non tanto da un punto di vista musicale, ma proprio per imprevedibilità e mancanza di limiti gestionali personali (per usare un eufemismo). La sua presenza era messa in dubbio sino all’ultimo momento (guarda caso stessa cosa per i Babyshambles l’anno scorso). Nessuna brutta sorpresa comunque, Amy è sul palco e quasi ci sorprende vedere che non è quell’animale incontrollabile che i tabloid inglesi ci fanno pensare. La sua voce è incantevole e si muove tra r’n’b e soul, quasi fosse una moderna Ella Fitzgerald, forse solo un tantino più punk, come attitudine si intende. Che ci fa allora una così a un festival indie? Poco importa, finché si regge in piedi la Winehouse è sempre un bel vedere.
Il cantante degli Herman Dune, scusate il paragone, arriva sul palco con una mise da Gesù Cristo, con tanto di tunica turchese forse un attimo ridondante. Non si direbbero certo svedesi, anche se la loro terra natale ci ha ormai abituati ai miracoli anche se il suono vira però verso il folk più americano, quasi avessero saccheggiato il repertorio di Bob Dylan e l’avessero trapiantato su un terreno (post) moderno. Ondeggiano tra country e folk in maniera apparentemente confusa ma anche questo sembra fare parte del gioco. Il loro viaggio sonoro finisce in fretta ma è stato decisamente affascinante. Meriterebbero un secondo giro, peccato che al Festival il tempo si stringe e bisogna proseguire.
Cambiamo destinazione, ma l’atmosfera rimane la stessa e cominciamo ad adorare questo stato di eterna sospensione. Ci facciamo trasportare dolcemente dai The Clientele, con la voce di Alasdair MacLean ancora una volta venata di una soffice malinconia; il suono ha una cadenza intimista e vagamente psichedelica impreziosita dal fascino etereo della nuova tastierista Mel Draisey, splendida anche al violino.
Gli scozzesi Camera Obscura sono sublimi fautori di un incantevole twee pop e perfettamente immersi nel clima da sweet folk che aleggia ogni giorno durante le prime ore di concerto, mentre quella con gli Animal Collective è invece un’esperienza ben più ostica, una psichedelia folk allucinata, un calderone evocativo con cui anche le Cocorosie andrebbero a nozze. Il gruppo americano però mette il turbo alla sua anima freak e cerca di affrancarsi dalle più scontate definizioni di genere.
Trattazione a parte per un trio di artisti di primissimo livello le cui esibizioni sono state tra le più affascinanti, sia a livello musicale che di feeling con il pubblico, svoltesi tutti nel palco del Fib Club.
Jamie T, prodigio londinese di appena ventun’anni con un solo album sulla lunga distanza alle spalle e un roseo futuro davanti, è stato osannato da critica e fans sia durante che dopo la sua esibizione. Un cantautore urbano perfettamente a suo agio nel presente, che prende per mano l’indie con la cultura nera fatta di reggae e hip-hop, basta ascoltare brani come “Sheila”, “If You Got The Money” e “Calm Down Dearest”.
Sondre Lerche è un altro enfant prodige, anche lui di origine nordica, norvegese come i Kings of Convenience, con i quali condivide un’innata sensibilità acustica. Con la sua band però mette in piedi un concerto davvero intenso che per varietà ed estro lo fa accostare a sua maestà eclettismo che come nome d’arte fa Beck. Sondre Lerche alla lunga preferisce sfumare in direzioni brit pop ma nel contesto il live è di tutto rispetto.
E che dire di Patrick Wolf? Innanzitutto che me lo sono perso e questa è stata l’unica crudeltà del festival, ma scegliere di vederlo significava rinunciare a un altro live. Mentre stavo saltando assieme a una discreta compagnia durante i Kings of Leon in opera sull’Escenario Verde, il caro Patrick dava libero sfogo a tutta la sua verve. L’ultimo dei romantici e dei poeti maledetti, illuminato come pochi, anche lui giovanissimo ma con alle spalle tre album di valore assoluto. La sua “The Magic Position” è già stata consegnata alla leggenda di questo Festival.
Abbiamo tralasciato sino ad ora le esibizioni dei gruppi spagnoli, ma non certo in tono dispregiativo. Nessun nome roboante ma tanti spunti piacevoli, dall’eleganza rock wave dei Cat People, praticamente gli Interpol in crema catalana, ai famosissimi Los Planetas, un vero culto nella penisola iberica, (forse paragonabili musicalmente ai nostrani Afterhours), oltre a un’ altra piacevole sorpresa come il pop rock sintetico dei Dorian.
Infine i coloritissimi Fangoria, band di fine anni ’80 che molto mi ha ricordato gli Scissor Sister, anche se in versione decisamente più stagionata.
Ma non è finita qui, di musica non ce n’è mai abbastanza, anche se è una materia difficilmente quantificabile! Dovremmo contare tutti i piccoli rave lungo il cammino che porta all’entrata del festival, le migliaia di stereo presenti nei campeggi dai quali in contemporanea escono le cose più disparate, oppure le immancabili jam session di bonghi o qualche sbilenco chitarrista improvvisato. Per i più resistenti ci sono inoltre continue maratone musicali con le staffette di dj sotto i tendoni pop, dove troviamo dancefloor allegri, caotici e spensierati fino alle prime (e a volte seconde) luci dell’alba, con la gente sempre pronta a saltare con un remix dei Blur, un pezzo storico dei Nirvana da cantare a squarciagola o la sorpresa meravigliosa di un brano degli Smiths, che esemplifica il potere salvifico della musica, there is a light that never goes out…
Cambiamo destinazione, ma l’atmosfera rimane la stessa e cominciamo ad adorare questo stato di eterna sospensione. Ci facciamo trasportare dolcemente dai The Clientele, con la voce di Alasdair MacLean ancora una volta venata di una soffice malinconia; il suono ha una cadenza intimista e vagamente psichedelica impreziosita dal fascino etereo della nuova tastierista Mel Draisey, splendida anche al violino.
Gli scozzesi Camera Obscura sono sublimi fautori di un incantevole twee pop e perfettamente immersi nel clima da sweet folk che aleggia ogni giorno durante le prime ore di concerto, mentre quella con gli Animal Collective è invece un’esperienza ben più ostica, una psichedelia folk allucinata, un calderone evocativo con cui anche le Cocorosie andrebbero a nozze. Il gruppo americano però mette il turbo alla sua anima freak e cerca di affrancarsi dalle più scontate definizioni di genere.
Trattazione a parte per un trio di artisti di primissimo livello le cui esibizioni sono state tra le più affascinanti, sia a livello musicale che di feeling con il pubblico, svoltesi tutti nel palco del Fib Club.
Jamie T, prodigio londinese di appena ventun’anni con un solo album sulla lunga distanza alle spalle e un roseo futuro davanti, è stato osannato da critica e fans sia durante che dopo la sua esibizione. Un cantautore urbano perfettamente a suo agio nel presente, che prende per mano l’indie con la cultura nera fatta di reggae e hip-hop, basta ascoltare brani come “Sheila”, “If You Got The Money” e “Calm Down Dearest”.
Sondre Lerche è un altro enfant prodige, anche lui di origine nordica, norvegese come i Kings of Convenience, con i quali condivide un’innata sensibilità acustica. Con la sua band però mette in piedi un concerto davvero intenso che per varietà ed estro lo fa accostare a sua maestà eclettismo che come nome d’arte fa Beck. Sondre Lerche alla lunga preferisce sfumare in direzioni brit pop ma nel contesto il live è di tutto rispetto.
E che dire di Patrick Wolf? Innanzitutto che me lo sono perso e questa è stata l’unica crudeltà del festival, ma scegliere di vederlo significava rinunciare a un altro live. Mentre stavo saltando assieme a una discreta compagnia durante i Kings of Leon in opera sull’Escenario Verde, il caro Patrick dava libero sfogo a tutta la sua verve. L’ultimo dei romantici e dei poeti maledetti, illuminato come pochi, anche lui giovanissimo ma con alle spalle tre album di valore assoluto. La sua “The Magic Position” è già stata consegnata alla leggenda di questo Festival.
Abbiamo tralasciato sino ad ora le esibizioni dei gruppi spagnoli, ma non certo in tono dispregiativo. Nessun nome roboante ma tanti spunti piacevoli, dall’eleganza rock wave dei Cat People, praticamente gli Interpol in crema catalana, ai famosissimi Los Planetas, un vero culto nella penisola iberica, (forse paragonabili musicalmente ai nostrani Afterhours), oltre a un’ altra piacevole sorpresa come il pop rock sintetico dei Dorian.
Infine i coloritissimi Fangoria, band di fine anni ’80 che molto mi ha ricordato gli Scissor Sister, anche se in versione decisamente più stagionata.
Ma non è finita qui, di musica non ce n’è mai abbastanza, anche se è una materia difficilmente quantificabile! Dovremmo contare tutti i piccoli rave lungo il cammino che porta all’entrata del festival, le migliaia di stereo presenti nei campeggi dai quali in contemporanea escono le cose più disparate, oppure le immancabili jam session di bonghi o qualche sbilenco chitarrista improvvisato. Per i più resistenti ci sono inoltre continue maratone musicali con le staffette di dj sotto i tendoni pop, dove troviamo dancefloor allegri, caotici e spensierati fino alle prime (e a volte seconde) luci dell’alba, con la gente sempre pronta a saltare con un remix dei Blur, un pezzo storico dei Nirvana da cantare a squarciagola o la sorpresa meravigliosa di un brano degli Smiths, che esemplifica il potere salvifico della musica, there is a light that never goes out…
Speciale Benicassim 2007
00. Benicassim Dream
01. My Idea of Fun
02. Love Will Tear Us Apart
03. Young Folks
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