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Benicassim 2007 - My Idea of Fun
Di Alberto Antonello (in Focus On, linkato 5380 volte)
My Idea of Fun Iggy Pop, icona del rock mondiale, apre ufficialmente le danze del Fiberfib 2007. Oltre a lui, numerose altre band hanno interpretato a modo loro il sacro verbo del Rock’n’Roll: The Hives, Arctic Monkeys, Mando Diao, Dinosaur Jr, Kings of Leon hanno alimentato la fiamma e fatto scatenare l’irriducibile popolo di festivaleros...


MY IDEA OF FUN

Articolo di Alberto Antonello, Foto di Cinzia Spironello
Leggi lo Speciale 00. Benicassim Dream | 02. Love Will Tear Us Apart | 03. Young Folks


My idea of fun is killing everyone... a cantare è Iggy Pop, non credo servano grandi presentazioni. Giocando un po’ con il titolo in questione potremmo davvero dire che è proprio questa la mia idea di divertimento, quella che è risucito a scatenare il mitico Iguana, con sessant’anni tondi tondi sulle spalle. E non sentirli.
Ho avuto la fortuna di parlare in area stampa con il più giovane dei due fratelli Moran, gli ideatori e massimi responsabili del Fiberfib, gli dicevo che da grande avrei voluto essere come lui e fare il suo lavoro (e magari che ne so, organizzare il Fiber italiano a Caorle!) ma da vecchio avrei voluto essere (o soltanto fare) Iggy Pop. Risate...
Sono rimasto inebetito sotto il palco appena ha cominciato a dimenarsi e cantare, oscurando la bravura della sua band. Scusate se è poco, ma sarebbero anche gli Stooges.

My Idea of Fun My Idea of Fun My Idea of Fun

Autentico one man show, Iggy porta sulla sua pelle e sul suo fisico, ancora tremendamente asciutto ma segnato dagli eccessi, i tanti (troppi) anni da rockstar.
Corre, salta, spalanca gli occhi di fronte al pubblico, si continua a lanciare acqua addosso, sale sopra gli amplificatori e inscena involontarie gag con il suo manager, sempre attento a bordo palco a gestire i colpi di testa del proprio assistito.
Quando parte “No Fun” è l’apoteosi, un titolo che è il controsenso di quanto accaduto, con l’Iguana che chiama sparsamente dalle prime file almeno una cinquantina di ragazzi che salgono così sul palco e si scatenano con lui. Cinque minuti di musica tirata tirata e altrettanti per far scendere dal palco tutti i fan scatenati.
Questa resta una delle migliori istantanee dell’intero festival, una scena indelebile.
Basta poi aggiungere il cavallo di battaglia “I Wanna Be Your Dog”, messa in scena sia a inizio show che nei bis finali.
Uno spettacolo nello spettacolo, un’ora di delirio come spot perfetto per questo Festival di Benicassim che, con nostro sommo gaudio, era soltanto all’inizio.

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Se Iggy ha fatto scuola allora Arctic Monkeys e (soprattutto) The Hives, pur in maniera diversa, credo abbiano imparato benissimo la lezione: meno indie e molto più rock and roll!
Le due band si contendono probabilmente la palma del miglior live dell’intera edizione 2007 di questo Festival. Se i primi possono godere del recente successo mediatico su scala mondiale, i The Hives di contro hanno ormai una carriera di tutto rispetto e un’intensità davvero difficile da raggiungere. Pelle Holmqvist è uno dei più grandi agitatori di folle, la band intera possiede uno stile impeccabile sia tecnico che stilistico con il grande merito di aver scatenato il pubblico dell’Escenario Verde, davvero folto e decisamente carico nonostante l’orario (ore 21, primo concerto sul palco principale).
E’ bastata la sola “A Little More For A Little You” per permettere al signor Holmqvist di arrampicarsi sui piloni, scendere dal palco, farsi largo tra i giornalisti e lanciarsi sulla folla, mandando in completo visibilio le primissime file. Non un momento di pausa per un concerto senza respiro, “Hate To Say I Told You So”, “Main Offender”, “Die Alright!” e la nuovissima “Tic Tic Boom” sono solo alcuni degli episodi di uno show da standing ovation.

Anche gli Arctic Monkeys si dimostrano all’altezza di un grande pubblico, attesi al varco con il loro secondo album dopo il primo fortunato (e secondo alcuni fortuito) successo all’esordio. Esame superato a pieni voti, anche dal vivo, dove la giovanissima band, forse ancora troppo poco appariscente esteticamente, erige un muro di suono invidiabile ed anche loro, come i colleghi svedesi sopra citati, si inventano una performance da applausi spiegati. L’apertura con “A View From the Afternoon” e “Dancing Shoes” si sposa alla perfezione con le nuove hit di “Brianstorm” e “Teddy Picker”, sino ad arrivare a “I Bet You Look Good On The Dancefloor”. Difficile spiegare questo attimo, difficile coglierlo proprio perchè troppo vivace, mi aiuto per una volta con qualche parola, rigorosamente in lingua originale, usata dal giornale ufficiale del Fib: “No estàbamos en un estadio: estàbamos en la pista de baile de lo que debe ser el paraìso cuando llega la noche”. Un po’ enfatica forse come espressione ma credo renda bene l’idea.

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I Muse invece erano annoverati come uno dei nomi di punta dell’intero Festival, già passati da queste parti nel 2002, dopo l’uscita di “Origin of Symmetry”, loro secondo lavoro in studio; ora tornano dopo 5 anni e con una fama ingigantita da un successo su scala planetaria.
Il terzetto inglese si dimostra ancora un live band di tutto rispetto e a loro va forse il premio del pubblico, folto come poche volte nell’Escenario Verde. Sono lontani i tempi in cui la band inglese era soltanto una rivelazione e Matt Bellamy era accostato addirittura a figure del calibro di Jeff Buckley o Tom Yorke. Il tempo ha trasformato i Muse, che hanno perseguito la loro strada, assecondando la megalomania a volte ridondante di Bellamy e andando alla ricerca di una dimensione onirica, epica e futurista (le scenografie e le luci sul palco era infatti funzionali a creare il giusto impatto visivo), accompagnati da un suono condito sì da velo di elettronica ma dove l’elemento chitarristico ha continuato decisamente a farla da padrone.

Rimanendo all’insegna di questo mood spiccatamente vivace, troviamo altri numerosi esempi che hanno reso decisamente elettrica questa edizione del Fiber. Giusto prima del mitico Iggy erano infatti scesi sul palco i Mando Diao, altri esponenti della miracolosa terra svedese, con i frontman Bjorn e Gustaf ad alternarsi tra voce e riff che sanno di garage rock ruffiano, dimostrando un appeal straordinario nei confronti del pubblico. “You Can’t Steal My Love”, “Tv&Me”, ma soprattutto “Sheepdog” e “Down In The Past” sono i momenti più riusciti del loro live. Ai Mandos va il merito (o la fortuna) di essere stati i primi a infuocare la platea del Fiberfib, prontissima a festeggiare dopo un anno di attesa.

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Un altro merito di questa edizione 2007 del Fib è stato quello di aver portato in Spagna una serie di nomi storici, autentici maestri nel loro genere e ormai icone nell’immaginario musicale odierno, oltre a Iggy Pop parliamo anche di Devo, Human League, B-52’s ma soprattutto dei padri dell’indie rock, almeno secondo la sua originaria accezione. Ladies & Gentlemen, i Dinosaur Jr! Vedere sul palco J Macis con la sua chioma bianca e con quell’espressione e quel suo tono tutto particolare davvero non ha prezzo. Il nuovissimo album "Beyond", a dieci anni esatti dalla loro ultima uscita discografica, suona incredibilmente fresco e vitale, a riprova che l’età è soltanto una pura questione anagrafica, tanto più se si parla di irriducibili rockers. L’attitudine e l’entusiasmo pare non finire mai. Miglior istantanea del concerto focalizzata su “Feel the Pain” osannata dal pubblico dall’inizio alla fine.

Un pezzettino di storia lo hanno vissuto anche i Wilco, in attività da poco più di un decennio ma epitome dei principali movimenti rock a stelle strisce, fautori di un folk oscuro tra ballate elettrificate e vivaci ripartenze dove il rock più classico incontra sterminate influenze blues e country. Un concerto da ammirare spensierati, perché la band di Chicago ci porta a spasso dove vuole, facendoci fare il giro degli States in un’ora circa.

Tra le mille corse da un palco all’altro abbiamo il tempo di goderci un quarto d’ora dei divertenti Ok Go, spassosi e senza sbavature, nulla di eclatante certo ma viene il sorriso a vederli live dopo essere stati piacevolmente tormentati a lungo dai loro clip. Basta la chiusura con “Do What You Want” per renderci tutti più felici e contenti.

I The Horrors invece destano più di qualche perplessità, aldilà del look teatrale e del loro rock pulsante, non sembrano mai davvero attecchire su un pubblico solitamente sempre caldo. O forse sono io che non riesco proprio ad ascoltarli. Talvolta capita.

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Trait d’union con la precedente edizione è stato Albert Hammond Jr, l’anno passato protagonista con gli Strokes di una esibizione mozzafiato e questa volta invece in versione solista, accompagnato dalla sua band. Desta simpatia il riccioluto Albert, con quella sua espressione sempre rincoglionita (passatemi il termine) e la chitarra tenuta in alto. Un una faccia del genere non può che destare simpatia anche se il live rende bene perché le canzoni hanno un’anima propria e non sono certo le b-side scartate dagli Strokes, come qualche maligno ha sussurrato. Il concerto è filato via liscio tra il divertimento generale, non fosse per l’improvvisa interruzione della corrente che ha imposto una pausa forzata. “In Transit”, “Blue Skies” e “Back To The 101” hanno comunque permesso di promuovere a pieni voti il buon Hammond anche come songwriter.

Altri esponenti del rock made in US, in netta contrapposizione col mood indie di matrice britannica, sono i Kings of Leon e i Black Rebel Motorcycle Club, non a caso inseriti in sequenza nel programma dei concerti. Entrambe le band hanno una precisa identità, dove si fanno sentire variegate influenze country, seppur elaborate in diversa maniera. Più secchi e diretti i Kings of Leon, pochi fronzoli e un sensazionale feeling con il pubblico, con le prime file attentissime a cantare ogni parola delle loro canzoni e buona parte della platea divertita a saltare a tempo, il loro primo quarto d’ora è fenomenale, quando riescono a mettere in fila brani del calibro di “Molly’s Chambers”, “The Bucket” e “King of Rodeo”.
Atmosfera rarefatta e leggeremente più dark quando arrivano sul palco i Black Rebel Motorcycle Club, anche loro al secondo passaggio a Benicassim, dopo che nel 2002 avevano presentato il loro omonimo esordio discografico. Meno rock dei primi tempi e meno acustici rispetto ad “Howl”, splendido album del 2004, il loro live vive quasi sospeso, in un rock dolente e oscuro, frutto delle ultime derive artistiche sperimentate in “Baby 81”.


Speciale Benicassim 2007

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