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BEIRUT - The Flying Club Cup
Di Alberto Antonello (in Recensioni, linkato 4223 volte)
Benvenuti a bordo del carrozzone Beirut, che vi porta in viaggio tra evocazioni di terre lontane, rimandi cinematografici e sapori d’altri tempi. Il giovane americano Zach Condon sembra quasi un miracolato, autentico enfant prodige e illuminato one man band che in due anni ha fatto prima gridare al miracolo con un album d’esordio incredibile e subito dopo è riuscito a fare il bis con altrettanta maestria.Dopo che con “Gulag Orkestar” ci ha portato a spasso per i Balcani, evocando con forza impareggiabile le atmosfere dell’Est Europa, ora invece con “The Flying Club Cup”, pur mantenendo la stessa impostazione musicale e uno stile ormai inconfondibile, ci offre un atto d’amore nei confronti della cultura francese. Parigi può essere a ragione considerata come la sua dimora, anche se almeno culturalmente resta un autentico nomade, nel senso più positivo del termine.
Non vi è nulla di forzato o artefatto, Beirut è semplicemente un fiume in piena, carico di romanticismo retro, è quanto di più folk si possa trovare in giro al giorno d’oggi, con composizioni che trasudano tradizione e storia, incastonate alla perfezione in quell’atmosfera che il color seppia della copertina aiuta a farci vivere.
Illuminato da Jacques Brel, Françoise Hardy e da tutta la tradizione cantautorale francese, Beirut ostenta la sua dimensione musicale come fosse un veterano e facesse tutto questo da tempo immemore, affrontando la sua professione senza risparmiarsi mai nulla e con un trasporto cosi grande che alla fine del suo ultimo tour europeo è stato ricoverato per esaurimento nervoso.
Zingaro musicale, con un talento e una capacità compositiva e visionaria forse ancora frammentaria e confusa, il signor Condon da Santa Fe ha appena 22 anni ma è autore di una musica che sgorga liberamente e si libera dal nulla senza una regola precisa.
Un fenomeno che potrebbe essere definito come una via di mezzo tra Goran Bregovic e i Calexico, tanto care infatti gli sono le influenze gitane come il patchanka texmex della grandiosa band di Tucson.
Senza contare poi l’amicizia che lo lega degli Arcade Fire, con i quali ha lavorato in studio e con i quali azzardiamo qualche parallelo, per le costruzioni sonore date da accumuli di strumenti, arrangiamenti, evocazioni, tutte affastellate una sopra l’altra con apparente bulimia creativa ma dove invece si cela una magnifica impalcatura sonora: valzer, carillon, fisarmoniche e tromboni che vanno a braccetto con la voce intensa di Zach, che per l’impeto emotivo a volte ci ricorda quella di Conor Oberst, in arte Bright Eyes.
In “The Flying Club Cup” è difficile trovare un episodio che scenda di tono, “Nantes”, “La Banlieu” e “Cherbourg” sono omaggi dichiarati sin dal titolo alle atmosfere francesi (vi possiamo scorgere anche qualche influenza di Yann Tiersen); nel complesso l’opera vive forse di una ridondante abbondanza di riferimenti, con uno stile pomposo comunque tipico delle fanfare gitane e dal quale il giovane fenomeno americano pare non se ne voglia proprio affrancare. Citazione di merito anche per “A Sunday Smile” e “Cliquot”, che rientrano tra i migliori momenti di questo ennesimo stupefacente lavoro.

BEIRUT – “The Flying Club Cup”
Ba Da Bing
1 A Call To Arms
2 Nantes
3 A Sunday Smile
4 Guyamas Sonora
5 La Banlieu
6 Cliquot
7 The Penalty
8 Forks And Knives (La Fête)
9 In The Mausoleum
10 Un Dernier Verre (Pour La Route)
11 Cherbourg
12 St. Apollonia
13 The Flying Club Cup
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